La notte di festa in Piazza del Duomo ha celebrato ancora una volta l’Inter: una squadra capace di accendere un’intera città e trasformare una vittoria in qualcosa di collettivo e popolare.
Ma proprio mentre si festeggia, viene naturale fermarsi a riflettere su come il calcio sia cambiato nel tempo.
In passato i campioni nascevano nei campetti di cemento sotto casa, tra strada, polvere e pali improvvisati da felpe buttate a terra.
Con la fame, poi, si agognava l’erba dello stadio, un sogno da conquistare con sacrificio e rispetto.
Oggi invece il percorso è sempre più standardizzato: scuole calcio, metodi di formazione precoci, crescita mozzata e “guidata” fin da bambini, scelte dettate solo dai soldi.
Il risultato?
È un calcio senz’anima,senza creatività, spesso molto prevedibile, dove diventa persino difficile conoscere il nome dei nuovi protagonisti e sentirli come i propri “campioni”.
E in prospettiva gli altri sport individuali come il tennis, il nuoto o lo sci continueranno a guadagnare sempre più spazio e riconoscimento, perché dietro i risultati c’è davvero un lavoro estremo, fatto di sacrificio quotidiano e dedizione fisica e mentale totale.
Eppure il calcio (per ora) tiene botta… le serate come quella dello scudetto interista dimostrano che, nonostante tutto, la passione dei tifosi riesce ancora a reggere le delusioni nella speranza che escano presto fuori i nuovi Totti e Del Piero classe 2010.
Noi… teniamo gli artigli incrociati.


