Quando una battuta istituzionale diventa un insulto alle vittime
C’è una linea che non dovrebbe mai essere oltrepassata.
Una linea che separa l’ignoranza dalla parola dalla responsabilità.
Quella linea, durante una recente puntata di Ore 14 su Rai 2, è stata superata senza esitazione.
Mentre si discuteva del femminicidio di Federica Torzullo, l’ennesima donna uccisa in Italia, il Sostituto Procuratore Generale Antonio Tanga ha risposto a una domanda tecnica sull’uso di un coltello bilama con una frase che definire infelice è un insulto all’intelligenza:
“Lo uso per uccidere mia moglie.”
Non una scivolata.
Non una battuta mal riuscita.
Ma un’espressione abominevole, pronunciata da un rappresentante dello Stato, da chi dovrebbe incarnare il peso della legge, della giustizia e del rispetto per le vittime.
LO STUDIO GELATO E IL BUON SENSO CHE ARRIVA TARDI
Il gelo in studio è stato immediato. Milo Infante ha fatto ciò che non sarebbe nemmeno dovuto diventare necessario: fermare tutto, richiamare l’ospite, ricordargli che non esiste goliardia quando si parla di una donna assassinata.
NON È SOLO UNA FRASE: È UNA CULTURA
Quella “battuta” non è un errore di comunicazione.
È il sintomo di una cultura tossica che ancora oggi fatica a prendere sul serio la violenza di genere, persino nei luoghi che dovrebbero combatterla.
In un Paese dove i femminicidi continuano a scandire il calendario, dove nel 2026 si contano ancora decine e decine di vittime, sentire un magistrato scherzare su un omicidio domestico è uno schiaffo alle donne uccise, alle famiglie distrutte, ai figli rimasti soli.
MENTRE C’È CHI SCHERZA, C’È CHI SALVA VITE
Ed è qui che il contrasto diventa intollerabile.
Perché mentre in televisione si ride (o si prova a farlo), esistono associazioni, centri antiviolenza, volontarie e operatrici che ogni giorno accolgono donne in fuga, le aiutano a denunciare, a ricostruire una vita, a non morire.
Numeri di emergenza, case rifugio, sportelli legali, supporto psicologico: una rete silenziosa che lavora dove lo Stato spesso arriva tardi o non arriva affatto.
IL LINGUAGGIO È PREVENZIONE
Chi ricopre ruoli istituzionali dovrebbe saperlo meglio di chiunque altro: le parole non sono mai neutre.
Il linguaggio è la prima forma di educazione.
La prima barriera contro la normalizzazione della violenza.
Se chi deve giudicare trasforma l’orrore in una frase da bar, il messaggio che passa è devastante: che tutto sommato si può scherzare anche sulla morte.
E in un Paese che continua a seppellire donne, questo non è più tollerabile.

