Una frase che, oggi, alla luce dei fatti, suona come una provocazione difficile da ignorare.
Il recente provvedimento giudiziario che ha colpito Fabrizio Corona, bloccando la diffusione di una puntata del format Falsissimo dedicata ad Alfonso Signorini, apre un tema delicatissimo: fino a che punto è possibile fermare un contenuto prima ancora che venga pubblicato?
Secondo quanto emerso, il tribunale ha disposto lo stop alla diffusione per presunte violazioni legate alla reputazione e alla tutela dell’immagine. Una decisione che, al di là del caso specifico, solleva interrogativi profondi sulla libertà di informazione e di critica in Italia.
La nostra posizione: contenuto archiviato (per ora)
In modo analogo, anche noi siamo stati coinvolti in questa vicenda.
Dopo la pubblicazione di un nostro post relativo a una puntata di Signorini, abbiamo ricevuto un avvertimento pubblico, visibile a tutti, con la minaccia di azioni legali nel caso non avessimo rimosso il contenuto.
Non si è trattato di un atto ufficiale di un tribunale, ma di un messaggio pubblico con finalità chiaramente intimidatorie.
Per senso di responsabilità e in attesa di ulteriori chiarimenti, abbiamo deciso di archiviare temporaneamente il contenuto, pur ritenendo legittimo il nostro lavoro informativo.
Una scelta prudente, non una resa.
In Italia la censura esiste. Anche davanti alle prove
È inutile girarci intorno: in Italia la censura esiste, anche quando esistono elementi, documenti o testimonianze che potrebbero supportare determinate affermazioni.
Spesso non serve una sentenza definitiva: basta la minaccia di una causa, di un ricorso d’urgenza, di un provvedimento cautelare, per ottenere il silenzio.
Questo meccanismo — noto come “censura preventiva” — è uno degli strumenti più pericolosi per l’informazione.
Perché non colpisce solo chi sbaglia.
Colpisce anche chi indaga.
Il ruolo di Google e Meta: come reagiranno alle intimidazioni?
Una domanda resta aperta:
in che modo le grandi piattaforme come Google e Meta accoglieranno questo tipo di pressioni?
Se bastasse una segnalazione “legale” o una minaccia formale per far rimuovere contenuti, siamo davanti a un sistema in cui:
• non decide più un giudice,
• non decide più il pubblico,
• decidono i più forti.
E questo è un problema enorme.
Mediaset, il potere e le denunce di Corona
La puntata che sarebbe dovuta uscire in questi giorni — e che ora è al centro delle polemiche — avrebbe toccato figure di primo piano dell’universo Mediaset, un sistema che da decenni esercita un’enorme influenza mediatica, economica e culturale.
È proprio questo “potere” che Corona sostiene di voler denunciare.
E il fatto che una puntata possa essere bloccata in un’aula di tribunale prima ancora di essere vista dal pubblico, sembra dargli — almeno in parte — ragione.
Un precedente pericolosissimo per tutti
Se passa il concetto che un contenuto può essere fermato preventivamente:
• cosa succede alle riviste di gossip?
• alle trasmissioni di approfondimento?
• alle inchieste giornalistiche?
• ai creator indipendenti?
• ai piccoli editori?
Domani potrebbe toccare a chiunque.
Basterà sentirsi “lesi” per chiedere il silenzio e questo è un precedente gravissimo.
Il caso Corona–Signorini non riguarda solo due personaggi pubblici.
Riguarda il futuro di chi fa informazione in questo Paese.

