In un Paese che ha fatto del surrealismo mediatico una forma d’arte nazionale, pensavamo di aver visto tutto. E invece no: Mediaset ha deciso che le rivelazioni di Fabrizio Corona, meritano l’attenzione della Direzione Distrettuale Antimafia. Sì, avete letto bene: la stessa DDA che combatte i cartelli della droga e infiltrazioni mafiose nell’economia reale ora accende i fari su un influencer e sui suoi post.
Il paradosso è evidente: tra clan criminali, estorsioni, usura e traffici illeciti, il massimo della priorità investigativa diventa una lite tra un personaggio televisivo e un conduttore.
La difesa di Corona – “Mi trattano come se fossi un criminale organizzato” – suona quasi come un ironico riconoscimento della situazione.
E la sensazione che si respira tra i vertici di Mediaset non è casuale: Pier Silvio Berlusconi e l’azienda sembrano sentire la sabbia sotto i piedi, preoccupatissimi dall’eco mediatica delle denunce di Corona e dall’onda social che rischia di travolgere equilibri interni e rapporti con il pubblico (che comunque è tutto da provare).
Se l’editto bulgaro del 2002 voleva forse zittire giornalisti scomodi, il “nuovo editto 2026” sembra voler delegittimare chi osa parlare sui social, anche a costo di stravolgere il senso stesso delle istituzioni.
Tra un post di Instagram e una denuncia per mafia, la realtà viene ridotta a a una farsa surreale, dove il confine tra cronaca, spettacolo e follia legislativa diventa carta pesta.
E allora ci si chiede: davvero Corona rappresenta una minaccia per la sicurezza nazionale?

