“Ho abortito due gemelli… e lui non mi ha fermata.”
Una frase che pesa come un macigno. Una di quelle che non dovrebbero mai diventare titolo, e invece lo sono diventate.
Nina Moric rompe un silenzio durato oltre vent’anni nella docuserie Netflix Io sono notizia e racconta uno dei capitoli più dolorosi della sua vita. Una scelta che forse non è mai stata davvero libera, vissuta sotto pressione, nella solitudine emotiva più totale.
Parlare di aborto, soprattutto in un contesto mediatico, significa entrare in un territorio fragile. Significa raccontare una ferita che non si rimargina facilmente. Nel caso di Nina, significa anche ammettere un senso di colpa che ha segnato profondamente il suo equilibrio emotivo.
Accanto a lei, in quel periodo, c’era Fabrizio Corona. Un uomo completamente assorbito dalla sua carriera, dall’esposizione pubblica, dalla costruzione di un personaggio sempre al centro dell’attenzione. La sua “macchina da soldi” non si è mai fermata, nemmeno davanti al dolore della donna che diceva di amare.
Quando una persona vive una decisione così importante senza un reale sostegno, non si può parlare davvero di libertà. Si parla piuttosto di solitudine emotiva, di pressione psicologica, di mancanza di protezione.
Questa storia non è uno scandalo da social network. Non è un gossip da consumare in pochi minuti. È la testimonianza concreta di una relazione tossica, in cui i sentimenti diventano secondari rispetto all’ambizione, al successo, alla visibilità.
Quando si iniziano a vedere le persone come strumenti per alimentare il proprio ego o il proprio conto in banca, l’amore perde significato. Diventa opportunismo. Diventa strategia. Diventa business emotivo.
Eppure, nel personaggio Corona, esiste anche un paradosso. A differenza di molti, non ha mai finto di essere diverso. Ha sempre mostrato il lato oscuro, l’ego smisurato, l’ossessione per il potere mediatico. Una forma di onestà brutale che, paradossalmente, continua ad affascinare.
Non è un caso se, nonostante le continue polemiche, le “red flag” evidenti e le cadute pubbliche, riesca ancora a catalizzare attenzione. Il carisma tossico esiste. E funziona. Soprattutto in un sistema che vive di personaggi estremi.
E così, dopo interviste, articoli e docuserie, siamo tutti ancora lì. A guardare. A commentare. A indignarci. Ma anche ad aspettare il suo “Falsissimo” del lunedì come fosse un appuntamento fisso.
Questo dimostra una verità scomoda: Corona non è solo un individuo. È il prodotto di un sistema che trasforma il dolore in contenuto e la sofferenza in spettacolo. E noi, come pubblico, ne facciamo parte.
Forse un giorno arriverà il momento dei conti. Con le scelte fatte, con le ferite lasciate, con le persone sacrificate lungo il percorso. O forse no.
Ma una cosa è certa: questa non è una storia da applaudire.
È una storia da comprendere per evitare che venga normalizzata.

