Eurovision 2026: tra polemiche, boicottaggi e… due pesi e due misure.
L’Eurovision 2026 non è ancora iniziato, ma l’atmosfera è già tesa.
Vienna si prepara a ospitare la kermesse dal 12 al 16 maggio, ma la musica, quest’anno, arriva con una partitura politica che rischia di coprire la vera essenza dell’evento.
Il motivo?
La partecipazione di Israele, approvata dall’EBU insieme all’emittente KAN, nonostante pressioni, petizioni e richieste di esclusione legate al conflitto in Medio Oriente. Un via libera che ha fatto scattare immediatamente la controreazione di quegli Stati che avevano già minacciato un boicottaggio.
Ed ecco il colpo di scena degno di Risiko: Spagna, Irlanda, Paesi Bassi e Slovenia hanno detto “No, grazie”. Islanda e Belgio stanno ancora pensando se presentarsi o restare a casa a guardare Netflix.
Nel frattempo, gli altri Paesi partecipanti tirano dritto, riconoscendo a Israele il diritto di essere in gara.
Ma a questo punto, per noi della Nona Bolgia, la domanda sorge spontanea:
perché la Russia sì e Israele no?
Per l’invasione dell’Ucraina, Mosca è stata esclusa di slancio. Per Gaza, invece, l’EBU ha scelto la linea dell’indipendenza editoriale, del “non siamo un organismo politico”, del “la musica deve unire”.
Eppure, questa musica — prima ancora di partire — sta già dividendo.
L’Eurovision 2026 sembra quindi avviarsi verso un’edizione dove le assenze faranno più rumore delle canzoni (forse), e dove la morale funziona a fasi alterne.
Il festival nato per celebrare l’unità europea ogni anno si trasforma in un atto politico che più che unire… divide.

